venerdì 31 marzo 2017

C'è acqua per tutti, ma non tutti hanno acqua

Il 22 marzo è una di quelle date da cerchiare di rosso nell'agenda, anzi di azzurro.
È la Giornata mondiale dell'acqua!
L'Associazione Africa Mission essendo attiva da più di 40 anni in Karamoja nella costruzione di pozzi, si è sempre posta l’obiettivo di sensibilizzare quante più persone possibili riguardo un tema di fondamentale importanza, non solo per chi vive in terra africana.
Per questo motivo il Movimento ha organizzato, in collaborazione con la scuola, mercoledì 22 marzo 2017, una mattinata di riflessione sul tema dell'acqua presso l'aula Magna dell'Istituto Raineri Marcora di Piacenza.
L' incontro (aperto al pubblico) ha coinvolto circa 300 ragazzi delle scuole superiori con il tema “C’è acqua per tutti ma non tutti hanno acqua”.
I giovani sono stati sollecitati a riflettere sul significato e l'utilizzo del famoso oro blu, sulla responsabilità a cui tutti siamo chiamati a rispondere per preservare una risorsa che non è infinita.
Il seminario si è strutturato con l'accoglienza e i saluti iniziali a cui ha fatto seguito il video rap "Acqua".
Poi sono intervenuti:
don Maurizio Noberini: "L'acqua simbolo di vita";
dott. Carlo Ruspantini: " L'acqua vita della savana"
prof. Vincenzo Tabaglio: "Acqua per produrre cibo"
Prof. Giuseppe Bertoni: "L'acqua e igiene fattori chiave dello sviluppo umano"



ACQUA
Una Buona Occasione - A Good Opportunity
Rap di denuncia e di stimolo alla mobilitazione sul tema dell'acqua - artista RAYDEN



Intervento prof. Vincenzo Tabaglio






mercoledì 22 febbraio 2017

"Vietato morire" di Ermal Meta: significato

Vietato morire è una canzone di Sanremo 2017 che mi ha colpito di cui ho cercato di capire meglio il significato del testo.
Ermal Meta è un giovane artista albanese che sta emergendo nel panorama della musica italiana.
Con l'aiuto del critico musicale Luca Landoni di radiomusik.it, ho scoperto che è possibile farne un’esegesi della canzone analizzandola parola per parola.
Anzitutto il contesto: quello che parla è il figlio di un padre che picchia lui e sua madre.
Già dalla prima strofa si rivolge alla mamma, della quale ricorda la collana con la pietra magica che gli aveva regalato e la necessità di crescere in fretta per proteggerla.
Una frase è emblematica, la parte più bella del testo, quando la madre dice al figlio:
“Figlio mio ricorda: L’uomo che tu diventerai non sarà mai più grande dell’amore che dai".
Insomma l’insegnamento è che la violenza ricevuta non cambia il fatto che solo l’amore conta e rende grande un uomo.
Qui si inserisce anche l’altro passaggio cardine del testo:
“Ricorda di disobbedire perché è vietato morire”.
Qui il significato lo ha spiegato lo stesso Ermal Meta in diverse interviste. Bisogna disobbedire alla violenza, ovvero rifiutarla anche se, come in questo caso, è l’insegnamento che si riceve dal proprio genitore.
La seconda parte ha più vie interpretative.
Vietato Morire – che è anche il titolo del brano – è il risultato della disobbedienza alla violenza, ovvero solo chi non accetta la violenza non muore dentro.
Altro significato è che la violenza è un meccanismo perverso, una spirale che porta alla morte.
Il cantante ha spiegato il senso di "Vietato morire" dicendo che rappresenta il concetto di parlare, comunicare ed esprimersi.
Quindi non bisogna stare zitti e bisogna "disobbedire" di fronte ad ogni forma di prevaricazione e capire il momento giusto in cui bisogna dire "basta".




Viaggio nel Magistero: EVANGELII NUNTIANDI

L’Evangelii Nuntiandi è una Esortazione apostolica di Papa Paolo VI, del 1975, che si fonda proprio sull’ “impegno di annunziare il vangelo agli uomini del nostro tempo”.
Lo stile di Paolo VI è quello di arrivare al cuore delle persone “animate, dalla speranza, ma, parimente, spesso travagliate dalla paura e dall’angoscia.” (n.1)
L’allora cardinale Bergoglio ha citato il documento nel suo intervento in Congregazione Generale prima del Conclave:
“Pensando al prossimo Papa, c’è bisogno di un uomo che aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso la periferia esistenziale dell’umanità, in modo da essere madre feconda della ‘dolce e confortante gioia di evangelizzare’”.
Frase ripresa dal n.80 della Evangelii Nuntiandi, dove Paolo VI si appella al fervore dei santi per evangelizzare, espressione che poi  sarà il corollario della Evangelii Gaudium di Francesco.
Un accenno importante, dell’Esortazione di Papa Montini, è quello allo Spirito Santo come agente principale dell’evangelizzazione. “E’ lui  che spinge ad annunziare il Vangelo e che nell'intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola della salvezza.” (75)
Ma la suggestione più significativa che emerge, a mio avviso, dal documento, è la testimonianza personale di chi evangelizza.
La mancanza di coerenza tra il dire e il fare, vissuta da coloro che annunciano il Vangelo, è un’antinomia fastidiosa e intollerabile.
E’ ormai universalmente riconosciuta una frase di Paolo VI, rifluita poi nella Evangelii Nuntiandi, che ne riassume il suo pensiero:
“L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni…”(n.41)
Il testo poi incalza:
“La Chiesa evangelizzerà mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo…” (n.41)

Considerazioni significative e forti che fanno ben comprendere la strada profetica che la chiesa deve percorrere con persone autentiche e veritiere.


domenica 5 febbraio 2017

"Spaccato in due" monologo di Federico Benna

Federico Benna, insegnante cremonese, ha portato in scena un suggestivo e toccante monologo sulla storia di Gianluca Firetti, giovane perito agrario e calciatore di Sospiro (CR), che a soli 18 anni si è ammalato di tumore osseo ed è morto, dopo due anni di malattia, nel 2015.
Due stralci del suo monologo sono stati  presentati agli studenti dell'Itas di Piacenza, nell'aula Magna, il 3 dicembre 2016 e qui riportati in video.
Sono pezzi commoventi che esprimono al meglio il teatro - meditazione.
Questo lavoro presentato interamente in diverse occasioni a Cremona è veramente un'opera carica di emozioni.
Ci racconta Federico che:
"Non è uno spettacolo 'religioso' o da vedersi solamente da credenti.
Chiunque davanti al dolore e alla morte ha rabbia, disperazione, si pone domande, ha paura, cerca speranza...
Gianluca Firetti ha passato tutte queste fasi, poi ha cominciato a fare spazio alla fede e lì ha trovato un senso al suo dolore."










mercoledì 18 gennaio 2017

Se hai un sogno proteggilo

La ricerca della felicità, un film, di Gabriele Muccino con Will Smith, che trasmette forti emozioni...
Una storia vera, fatta di tenacia, fiducia, ma soprattutto di un solido legame tra padre e figlio è la commozione della vittoria a coronare il sogno di una vita.

“Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me. Ok? Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto.”

La Felicità di cui si parla nel film è la felicità che un po' ognuno di noi cerca. Quella che si ottiene quando si riesce a raggiungere innanzitutto un equilibrio interiore che soltanto gli affetti familiari ti possono dare e che soltanto facendo quello che realmente ami fare riesci a raggiungere. Una Felicità difficile da raggiungere, che ti costringe a metterti in gioco sempre e comunque rischiando sempre il massimo. Una Felicità che solo chi è tenace, coraggioso e sincero con se stesso e con gli altri riesce a raggiungere.

mercoledì 30 novembre 2016

La testimonianza di vita di un giovane: Nicolò Govoni

Mi chiamo Nicolò Govoni, ho 23 anni, sono originario di Cremona, ma vivo in India da due anni, dove studio giornalismo. Mi sono trasferito qui per continuare una missione di volontariato intrapresa ormai tre anni orsono presso Dayavu Home, un piccolo orfanotrofio situato in Tamil Nadu, uno degli stati più poveri dell’India meridionale. Questa decisione ha cambiato per sempre la mia vita.

Amo: leggere, fare esperienza di ogni tipo, avere ragione ed essere contraddetto.
Disdegno: le melanzane, le menzogne e l’ignavia.
Desidero avere un impatto positivo sul mondo


Il libro di Nicolò è stato scritto per aiutare  i bambini dell’orfanotrofio Dayavu Boy’s Home in India protagonisti del romanzo.


‘Uno’ è il sogno di quando ero bambino.
Il sogno di quando perdevo i denti da latte e gli adulti mi chiedevano: ‘Cosa vuoi fare da grande?’ E io, con loro sorpresa, anziché il cowboy, l’astronauta o il calciatore, rispondevo: ‘Lo scrittore!’
‘Uno’ è il sogno di quando ero ragazzino, e i genitori dei miei compagni di scuola non volevano che i figli giocassero con me, perché ero diverso.
‘Uno’ è il sogno di un adolescente che sfuggiva alla solitudine rifugiandosi nei libri. Scendeva le scale di cellulosa, si chiudeva la copertina alle spalle come fosse una porta blindata, e lì si chiedeva: ‘Ma chi sono io?’
Solo che poi il sogno si spegne. Come una lucciola. Se la stringi troppo nel palmo della mano la sua luce palpita, e infine svanisce. Muta. Sepolta.
‘Uno’, infine, smise di essere il mio sogno. E io smisi di scrivere.
Sono stato bocciato, due volte. Ho avuto problemi con la legge, e me la sono vista brutta. Ho litigato con ogni singolo membro della mia famiglia, e ci siamo detti il peggio, ancora e ancora. Ho avuto problemi con i miei coetanei. Ho iniziato a vedere uno psicologo.
E mi sono innamorato. Un amore dolce, metallico, ossessivo.
Ero spezzato, con quell’ingenuità di cui solo gli adolescenti sono capaci.
Avevo vent’anni, e non ne potevo più di me stesso.

Decisi di partire.
Per far fronte alla critica condizione economica famigliare vendetti tutto quello che avevo in camera: scarpe, camicie, videogiochi, libri e fumetti, maglioni, giocattoli, orologi.
Un giorno di marzo, circondato dagli amici più cari, comprai alla cieca e di nascosto un biglietto aereo per l’India. Poi decisi di unirmi a un progetto di volontariato internazionale che mi spedì in un piccolo orfanotrofio del Sud.
A vent’anni, insoddisfatto e asfissiato dalla realtà che mi circondava, spinto da questo impulso a scoprire il mondo con i miei occhi, partii.
Quel giorno ricominciai a scrivere...



 C O N T I N U A! sul sito di Nicolò








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martedì 19 luglio 2016

La mia battaglia per l'Africa

Parla il medico piacentino Francesca Lipeti. Dal 2015 è al lavoro in una zona di confine tra Kenya e Tanzania. Gli inizi nel 1994.

Dalla metà degli anni ’90 è al lavoro in Africa, prima in Kenya tra i Masai a Lengesim, nella struttura sanitaria avviata da mons. Domenico Pozzi, dal 2015 più a Sud, verso il confine con la Tanzania, a Ilbissil, a 150 km dalla capitale Nairobi, per dar vita a un nuovo centro di salute per i più poveri.
È instancabile l’opera del medico piacentino Francesca Lipeti.
“Ilbissil - racconta al telefono Francesca - è una cittadina di confine che si sta sviluppando molto rapidamente. Ha due grandi mercati del bestiame ed è raggiungibile grazie ad una strada asfaltata.
Vi convivono più etnie, religioni e culture diverse.
È un lungo andirivieni dalla Tanzania, il commercio è molto sviluppato e si trova facilmente lavoro.
Di fatto, però, molti vivono alla giornata: qui non arrivano neanche gli aiuti del Governo e quelli internazionali.
L’area urbana conta circa 8mila persone, ma con il circondario si arriva anche a 100mila abitanti.
Sul piano religioso, oltre ai cattolici, che però non hanno un sacerdote presente stabilmente, vi sono i pentecostali e gli anglicani”.
VERSO UNA ZONA DI CONFINE
— Come sei arrivata in questa nuova realtà?
Dopo l’esperienza di Lengesim, che porto sempre nel mio cuore, avrei potuto rientrare in Italia o collegarmi all’ONU o all’UNICEF.
Non volevo però perdere l’esperienza vissuta in Kenia; sarei rimasta nella savana, ma non so perché, ad un certo punto, ho avvertito questo invito ad andare verso una città.
Mi è stato consigliato di non vivere proprio al confine tra due Stati; si tratta di solito di zone molto rischiose per il terrorismo e i conflitti, e quindi molto instabili.
Alla fine sono capitata qui, ho rimediato due stanzette in una clinica, che potevano essere sistemate: era il posto adatto a me.
— Ora di cosa ti occupi? 
Sono in un ambulatorio in periferia, tra le baracche, e mi occupo sostanzialmente di medicina di base con tante vaccinazioni.
Essendo zona di passaggio, passano anche le più varie malattie.
A livello sanitario la città è servita da un centro di salute del Governo, ma il personale è scarso, le medicine non ci sono, per cui attualmente non si può fare tanto.
Non sono appoggiata a nessun ospedale, lavoro sostanzialmente da sola, ho un aiutante che si occupa della farmacia, una ragazza che fa le pulizie e un guardiano; in tutto, uno staff di quattro persone.
E ho un gruppo di amici del luogo che mi aiutano dal punto di vista amministrativo nei contatti con il governo, nel rinnovo delle licenze, nell’approvvigionamento di medicinali.
— Non sei quindi legata a nessuna organizzazione nella tua opera…
No, mi sono, per così dire, messa in gioco da sola.
Ho voluto misurare le mie capacità.
Mi sono dovuta reinventare: da un punto di vista medico ero abituata ad un certo tipo di malattie e conoscevo bene i ritmi e le caratteristiche del luogo precedente.; ora ho cambiato modo di lavorare e sto imparando cose nuove.
A Ilbissil la situazione sociale non è facile: la gente che arriva dai villaggi per cercare lavoro, perde le proprie radici, la propria identità culturale e in questo guazzabuglio non è facile orientarsi.
Ci sono situazioni di disagio, persone che si sentono smarrite con un forte senso di frustrazione: sono state catapultate in una realtà più individualista di quella dei loro villaggi di origine.
I PROGETTI IN CANTIERE
— Guardiamo allora al futuro: che progetti hai?
Prima di tutto, voglio conoscere bene la situazione e le persone.
Una volta che stabilisci rapporti significativi, si potrà essere più incisivi negli interventi. Concretamente ci terrei a rafforzare il laboratorio, perché più fai analisi, meglio si possono curare le persone a cui si evita di andare in ospedali lontani, facendo loro risparmiare tempo e denaro.
Poi, vorrei creare un centro per i giovani, dove possano incontrarsi e insegnare loro un po’ di informatica.
Un’altra idea è un progetto per le persone denutrite che, a causa dell’AIDS o perché povere, o per malattie gravi (tumori, tubercolosi), non possono procurarsi da mangiare in maniera adeguata.
In questa missione sono sostenuta dall’associazione piacentina “L’albero di Yoshua”, che è il nome biblico di Giosuè in lingua Masai.
Ci ispiriamo al Giosuè della Sacra Scrittura, una figura straordinaria nel seguire il Signore e nel condurre il popolo di Israele: colui che entra nella Terra promessa e che ha Dio al suo fianco. L’associazione è formata da persone che mi hanno sempre aiutato; il presidente è il commercialista Leonardo Biolchi.
— L’Africa è il continente della speranza, ma è anche schiacciato dalle guerre, dall’ISIS… Che cosa insegna l’Africa al mondo?”
L’importanza dei rapporti umani, dell’essere più dell’avere. Noi con i nostri modelli televisivi e pubblicitari stiamo imponendo al popolo africano un altro modo di vivere, che è la logica dell’avere e del possesso. Invece l’Africa, che non deve perdere la sua identità, ci insegna il senso di comunità, l’aiuto reciproco e che i rapporti interpersonali sono fondamentali.
— Tu non hai mai paura? 
Non ho paura, anche se questo luogo è molto meno sicuro di dove fossi prima.
Vi è instabilità sociale, vi sono furti, violenze, liti e contese.
Poi il Kenya è esposto a fenomeni di terrorismo; confina per buona parte con la Somalia che non ha un governo stabile da più di trent’anni ed è sempre scossa da una guerra civile.
Alcune frange terroristiche, provenienti da queste zone, fanno raid contro la popolazione del Kenya con attentati cruenti che mietono molte vittime.
I motivi per aver paura ci sono, ma io continuo con determinazione questo lavoro.

Davide Maloberti - Riccardo Tonna da Il Nuovo Giornale del 17/06/16