giovedì 30 giugno 2016

SPACCATO in DUE. L'alfabeto di GIAN

“Il libro mi racconta con verità… E’ una storia di dolore, ma anche di fede, come dovrebbe essere la storia di tutti quanti.
Le esperienze raccontate hanno permesso a me di presentarmi così come sono, anche molto debole in questo momento, ma molto forte in altre situazioni.
Tutto quello che ho imparato nella malattia viene qui condiviso con chi vorrà leggerlo.
Auguro a tutti di leggere questo testo e meditarlo. Lettera per lettera.
Contiene la nostra vita in tutta la sua lunghezza.
In fondo – come ho detto con mio fratello – “Noi siamo fatti per il cielo. Per sempre: Per l’eternità.
Allora, buona lettura!
In questo libro mi ritroverai, in ogni pagina. E io troverò te.
Sento che, in Dio, siamo già amici".
Di Gianluca Firetti possiamo dire che, come ci racconta la copertina del libro, è stato un perito agrario, calciatore, che nel dicembre 2012, a 18 anni si è ammalato di tumore.
Tutto nella sua vita è cambiato, ma ha accettato la sua situazione e, in queste pagine, racconta se stesso, mostrando come, nella lotta, si diventa pienamente uomini.
Muore il 30 gennaio 2015, nel giorno in cui giungono dalla tipografia le prime del suo libro.
CONTINUA





mercoledì 29 giugno 2016

Ciao José


Ricordo, nella mia esperienza di educatore in una casa accoglienza di malati AIDS, il volto esile e fragile di una ragazza che si chiamava Maria Josè.
Non so più che fine abbia fatto, avevo avuto notizia che si era allontanata volontariamente dalla Comunità e penso sia stata inghiottita di nuovo dal mondo delle dipendenze.
Una giovane dotata anche di un piglio artistico.  Mi ha lasciato infatti un suo disegno qui pubblicato che esprime tutta la sua personalità.
In questa composizione artistica emerge una luce che vuole, a mio avviso, abbattere tanti spettri di paure e angosce  che si nascondono dentro di noi.
Penso che lei avvertiva la forza di questa luce, ma non ha saputo e voluto accoglierla.
Riporto il suo scritto che mi ha dedicato quando ho lasciato la Casa Accoglienza per dedicarmi all’insegnamento nella Scuola.
Ciao Riccardo, chi ti scrive è una ragazza forse un po’ matta, che ha perso la via e la vita…
Ti ho conosciuto qui, in un posto dove devo ricercare me stessa.
Le tue parole mi sono state di aiuto, con te mi sono trovata molto bene, mi dispiace molto che te ne vai, ma forse la vita ha deciso così…
Mi fa molta tristezza che tu vada, ma forse l’insegnamento è la tua vita.
Spero che ti ricorderai di noi, per me è stata una bella esperienza conoscerti, mi lasci comunque qualcosa nel cuore.
Non dimenticarti di noi, ti auguro una vita felice e io spero di riuscire nella mia. Mi mancherai molto.
Con affetto José.
Ritrovando questo scritto, a distanza di anni, ho provato rammarico perché queste parole ci ricordano tutte le persone fragili di cui spesso ci dimentichiamo.
Si tratta di  vissuti umani che si portano dentro profonde lacerazioni, esperienze difficili e drammatiche.
Spesso ci viene voglia di dire che se la sono cercata loro quella vita… Ma non è possibile liquidare così le sofferenze dell’umanità. Il Giubileo della Misericordia di Papa Francesco ci invita a dare perdono ai più lontani e dimenticati.
Non so più dove sia Maria José, ma stasera ritrovando questo  suo scritto la ricordo con affetto e tenerezza. Le sue parole e il suo disegno, che esprimono una ricerca di luce, mi mettono  nel cuore tanta tristezza  e malinconia per non essermi più ricordato di lei.
José, pur nell’esperienza della malattia, era una persona solare che anche nella sua frase di saluto finale fa emergere il calore riposto in ogni cuore.
Con le sue stesse parole voglio affidarmi ad una speranza:
ci sarà un sole che risplenderà ancora nelle nostre vite e che ci riscalderà…
 Dovunque tu sia: ciao José


domenica 12 giugno 2016

Cos'è la morte? La risposta di una bambina che ha commosso il mondo

Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.
Ricordo con emozione l’Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l’infermeria infantile e mi sono innamorato dell’oncopediatria.
Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!
Vedo quell’angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia. Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo. L’ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!
Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma. Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.
“A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!”
“Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?”, le chiesi.
“Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero? (Mi sono ricordato delle mie figlie, che all’epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)”.
“È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!”
Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.
“E la mia mamma avrà nostalgia”, aggiunse.
Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: “E cos’è la nostalgia per te, tesoro?”
“La nostalgia è l’amore che rimane!”
Oggi, a 53 anni, sfido chiunque a dare una definizione migliore, più diretta e più semplice della parola “nostalgia”: è l’amore che rimane!
Il mio angioletto se ne è andato già molti anni fa, ma mi ha lasciato una grande lezione che mi ha aiutato a migliorare la mia vita, a cercare di essere più umano e più affettuoso con i miei pazienti, a ripensare ai miei valori. Quando scende la notte, se il cielo è limpido e vedo una stella la chiamo il “mio angelo”, che brilla e risplende in cielo.
Immagino che nella sua nuova ed eterna casa sia una stella folgorante.
Grazie, angioletto, per la vita che ho avuto, per le lezioni che mi hai insegnato, per l’aiuto che mi hai dato. Che bello che esista la nostalgia! L’amore che è rimasto è eterno.

(Dr. Rogério Brandão, oncologo)

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]



domenica 5 giugno 2016

Riscoprire Cristo a partire dall’ebraismo


Trent’anni fa la visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma. 
L’imprenditore Squeri: la mia bisnonna Mariagrazia Vigevani faceva parte della Comunità ebraica di Cortemaggiore

"Siete i nostri fratelli maggiori”: parole storiche quelle pronunciate nell’aprile 1986 da Giovanni Paolo II nella visita alla sinagoga di Roma, confermate poi dai suoi successori, Benedetto XVI e Francesco. Il cristianesimo è strettamente legato all’ebraismo. “Io ho riscoperto la fede cristiana grazie all’ebraismo – racconta l’imprenditore piacentino Dario Squeri, alla guida della Steriltom di Casaliggio, azienda di trasformazione del pomodoro che esporta in tutto il mondo -. La mia bisnonna, Mariagrazia Vigevani, era di origine ebrea, così mia nonna e poi mamma. L’origine ebraica si trasmette attraverso la madre”.
La bisnonna apparteneva alla comunità ebraica di Cortemaggiore, nata nel ’500 dopo l’espulsione, da parte dei Farnese, degli ebrei dalla città di Piacenza. La comunità ebraica trovò ospitalità nelle terre dei Pallavicino”. Da alcuni anni Dario Squeri è in contatto, fra l’altro, con la comunità ebraica di Roma che è la più antica della diaspora.
Gesù, una figura sconvolgente
“Gesù anche per un ebreo – sottolinea Squeri - è una figura sconvolgente; guardandolo con gli occhi dell’Antico Testamento, ne diventa l’espressione più grande e più forte”.
“La condanna di Cristo, da parte di Israele, emerge soprattutto dal Sinedrio dove dominavano i Sadducei, legati ai romani: non mettevano in discussione la legge scritta e non credevano nella vita
Dario Squeri
eterna. Un secolo prima di Cristo gli Esseni avevano invece aperto una nuova strada in
contrapposizione alla concezione rigida della Torah. Dagli Esseni nascono i Farisei, che a mio parere vanno in un certo qual modo riabilitati. I farisei cercano uno sviluppo dell’ebraismo, riflettendo sulla Legge e si contrappongono al potere sacerdotale e al Sinedrio. I Sadducei sono i discendenti di Aronne e rappresentanti delle famiglie più ricche. I farisei invece provenivano da un ceto più povero ed erano più aperti di mentalità. Gesù discute con loro e questo confronto fa nascere pagine stupende del Vangelo.
“A promuovere la condanna di Cristo – puntualizza Squeri - non è il mondo farisaico, tanto meno quello romano, ma i Sadducei che non volevano nessuna modifica dell’ordine costituito. Cristo non è condannato perché faceva miracoli, neanche per le Beatitudini, ma per aver affermato di essere «Figlio dell’uomo », cioè per aver detto che Dio si è fatto uomo e che in Lui l’uomo diventa Dio. Questa cosa risultava devastante per il mondo sadduceo e per il Sinedrio perché significava la loro fine, la fine del loro potere e la fine anche del Tempio. Gesù non è un rivoluzionario politico, ma è un rivoluzionario dello spirito che sconvolge sul piano sociale e apre la Torah ad una nuova dimensione”.
La Torah, un corpo vivente
“La Torah, l’insegnamento della volontà di Dio , viene fatta risalire a Mosè e si struttura storicamente dopo il ritorno dall’esilio a Babilonia verso il 520. La classe sacerdotale del popolo s’impegna, insieme ad Esdra, per evitare il disperdersi della tradizione orale, a trascrivere gli antichi racconti. Mentre si ricostituisce il Tempio di Gerusalemme, i sacerdoti iniziano così la stesura della Torah. Essa rappresenta per l’Ebraismo un corpo vivente, la Parola di Dio che si manifesta all’uomo. Così viva che quando si legge la Torah al sabato nella sinagoga, per rispetto, nell’indicare i versetti da leggere, non si usa la mano, ma lo Yad, una piccola mano d’argento: così non si tocca fisicamente il rotolo della Scrittura. La Torah non può mai essere stracciata; anche quando viene lacerata per il grande uso liturgico nella lettura del libro, viene sepolta come se fosse un vero corpo vivente in un’area della sinagoga stessa, chiamata Ghenizah”.

Gesù, un ponte tra le religioni
Gli scontri e l’alta tensione oggi sul piano internazionale non dipingono un orizzonte roseo davanti all’umanità. “Cristo può essere il punto di contatto per costruire la pace: Gesù è al centro del cristianesimo, è legato all’ebraismo e come profeta si trova anche nel mondo islamico. È Lui il ponte tra questi mondi che sembrano tanto lontani. Sarà un cammino lungo e faticoso, terribile, ma riuscire a ricollocare la figura di Cristo come unificante, come il Messia che riunisce le grandi religioni monoteiste, sarà la più grande rivoluzione della storia. Noi cristiani ci siamo, in un certo senso, appropriati troppo di Cristo, staccandolo dalla sua origine ebraica”.
Una tradizione in movimento
“La Torah ha sviluppato una parte legislativa, la Alakah, i 613 precetti. Di questi, 248 sono precetti positivi («devi fare…»), e 365 sono negativi («non devi…»). Accanto all’Alakah, la legge scritta, c’è l’Haggadah, la parte narrativa della Legge, basata sul racconto. Su queste tradizioni nasce la Misnah è il primo nucleo del Talmud e della Gemarah (che significa completamento). Nei secoli – prosegue Squeri - si sono alternati nell’ebraismo anima precettistica e anima mistica. Oggi il mondo ebraico è estremamente frastagliato al suo interno. Gli ortodossi, ad esempio, non accettano la donna rabbino, sulle leggi del sabato sono molto rigorosi, vietano di andare in macchina, di usare il telefono, mentre la parte riformista ha assimilato molti aspetti della civiltà moderna anche nella tradizione del sabato”.

Davide Maloberti Riccardo Tonna
Da "Il Nuovo Giornale del 27/05/16



venerdì 13 maggio 2016

Giraud Gaël e la transizione ecologica

Giraud Gaël, gesuita ed economista francese, all'università Cattolica di Piacenza, ha espresso in maniera chiara la sua convinzione dell'urgenza di un cambiamento di fonti energetiche.
Si tratta di una opzione senza alternative che però vede ancora delle resistenze...
Di seguito l'introduzione al suo saggio «Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia» (Emi)


A otto anni dallo scoppio della più grave crisi finanziaria che l’umanità abbia conosciuto, l’economia mondiale non ha ritrovato una situazione di equilibrio. La Cina ha capito che l’Occidente non può più consumare a credito i beni industriali che essa produce, ma stenta a trovare mercati sostitutivi. Il Brasile potrebbe crollare. Il Sud Europa è preso in una trappola deflazionistica da cui nessuno sa, al momento attuale, come potrebbe uscire, e che minaccia di condannarlo a perdere, come il Giappone, vari decenni. Le misure di austerità di bilancio imposte da Bruxelles e Berlino con la complicità di Parigi producono l’effetto purtroppo atteso: aggravano la depressione del Sud provocando l’aumento del rapporto debito pubblico/Pil. Misure d’austerità tanto più controproducenti in quanto distolgono l’attenzione dal vero problema europeo: l’eccesso di indebitamento privato e la deregolamentazione finanziaria. 

Privatizzazione antidemocratica  
Come non avanzare l’ipotesi che la pretesa crisi del debito pubblico non sia essenzialmente che un pretesto per imporre all’Europa il vecchio programma neoliberista di privatizzazione assoluta della società? È questo programma che ha portato a deviare dal bel progetto europeo. Oggi l’Unione Europea, e l’eurozona in modo del tutto particolare, coincide infatti con la più grande esperienza di privatizzazione antidemocratica probabilmente mai realizzata nel mondo. L’indipendenza della Banca centrale europea (Bce), per esempio, si rivela essere, prima di ogni altra cosa, un modo di sottrarre dalle mani degli Stati il potere sovrano di creazione monetaria, per meglio affidarlo al settore bancario privato. E la Bce quando, nel luglio del 2015, ha deliberatamente privato le banche greche dell’approvvigionamento di liquidità, una settimana prima del referendum di Tsipras, ha reso manifesto come il suo mandato non sia tanto di vigilare sulla stabilità finanziaria quanto sulla stabilità politica. Si trattava, né più né meno, di far cadere un governo democraticamente eletto, ma con il torto di aver voluto rinegoziare l’applicazione dei Trattati europei. Mentre la Germania di Schaüble si autorizza da sé a modificarne l’interpretazione come meglio le aggrada, Atene è invece condannata a un’ermeneutica a senso unico: privilegiare, prima di tutto e contro tutti, l’interesse dei creditori.  

Grecia ridotta a colonia  
Se il governo di Tsipras non è caduto, è semplicemente perché ha permesso la riduzione della Grecia allo stato di colonia: l’Europa del Nord ne saccheggia i beni pubblici, mentre al suo Parlamento non è più consentito votare una legge contraria a interpretare i Trattati come austerità. Il martirio della Grecia non potrà comunque avere l’effetto di sanarne la situazione economica: essa sarà sempre meno in grado di rimborsare il suo debito pubblico fintantoché la sua economia continuerà a essere salassata (le migliaia di miliardi di euro che abbiamo messo a disposizione delle banche per salvarle avrebbero invece permesso da lunga data di risolvere il problema greco). Per fare un esempio: chi, dopo questi avvenimenti, oserà ancora opporsi all’ordoliberalismo europeo? E Lisbona non è certo più robusta di Atene: la sua economia ha un’influenza troppo scarsa sulle economie dei Paesi del Nord perché questi ultimi si vedano costretti a negoziare con lei. La Spagna rimane in una situazione ambigua: se la deflazione che colpisce il sud del Paese finirà per avere la meglio sulla vitalità della Catalogna e dei Paesi Baschi, non potrà più resistere. 

Il «piano B»  
Italia e Francia hanno, al contrario, le forze per opporsi alla propria vassallizzazione. Il «piano B» che Yanis Varoufakis non ha potuto porre in atto ad Atene può essere concretizzato a Roma o a Parigi. A tal fine, è «sufficiente» che ognuno dei due Paesi metta in piedi uno stretto controllo dei capitali alle frontiere e batta in proprio la moneta che la Bce minaccerà di non distribuire alle rispettive banche. Le nostre banche allora falliranno ipso facto? Questo passaggio avrebbe almeno la virtù di mettere la situazione in chiaro: la maggior parte di esse non ha affatto sanato i propri bilanci dopo la crisi dei subprime. Sono banche-zombie che sostanzialmente sopravvivono perché riprestano ai nostri Stati, a tassi d’interesse positivi, il denaro che dalla Bce ricevono in prestito gratuitamente. Una volta dichiarato il loro fallimento, non rimarrà che nazionalizzarle e, ispirandosi all’Islanda, rifiutare di pagare i debiti bancari ai Paesi del Nord, per lo meno finché questi si ostineranno a rifiutarsi di rinegoziare onestamente. Sarebbe poi il caso che i nostri Paesi osassero infrangere il più grande dei tabù: stamparsi la propria moneta. Certo non per uscire deliberatamente dall’area dell’euro (nessuno sa cosa ciò significhi giuridicamente), ma per sopravvivere in un’eurozona dove la Bce utilizza l’arma dell’asfissia monetaria per far cadere i governi non graditi alla sfera finanziaria privata. Per ricuperare l’indipendenza monetaria, basta avere una zecca funzionante e fondi propri, in seno alla Banca centrale nazionale, equivalenti a circa il 5% del Pil. 

Il «piano» del Nord  
A dirla tutta, si può prevedere che, se il governo di uno dei nostri due Paesi si dicesse pronto per quest’operazione, neppure avrebbe bisogno di passare poi all’azione. La Germania e i Paesi del Nord Europa – Austria, Paesi Bassi, Finlandia, Benelux – abbandonerebbero preventivamente l’eurozona per rifugiarsi in una «zona marco» al riparo da ogni dibattito politico. Questo secondo «piano B», quello del Nord, è attualmente in discussione, sottovoce, in seno alle banche centrali dei Paesi in questione… Metterlo in atto farebbe però portare la responsabilità della deflagrazione dell’eurozona ai Paesi del Nord. C’è da scommettere che questi ci penseranno due volte prima di decidersi a tale passo. Un governo con la forza di brandire una minaccia seria – come quella di chiudere le frontiere e di battere la propria moneta indipendentemente da Francoforte – avrebbe insomma i mezzi per riportare tutti i Paesi dell’area dell’euro al tavolo del negoziato politico. 

Salvare il progetto europeo  
L’obiettivo? Salvare il progetto europeo. L’attuale traiettoria dell’eurozona, infatti, è forse la via più breve per distruggere le economie del Sud una ad una (e dopo, inevitabilmente, quelle del Nord) e riaccendere l’odio tra gli europei. Il lettore lo sa bene: tutta la difficoltà sta nel trovare un governo capace di un simile coraggio politico. Renzi pare troppo occupato a smontare il mercato del lavoro italiano, e dunque a eseguire il programma neoliberista di privatizzazione del lavoro, per poterlo anche solo immaginare. In Francia, il Partito «socialista» è intrappolato dal lascito dei socialdemocratici francesi che hanno modellato l’architettura mondiale del neoliberismo: Delors, Lamy, Camdessus, Strauss-Kahn… L’Fmi, l’Ocse, il Wto e l’Unione Europea sono stati tutti pensati da questi «socialisti» come strumenti a servizio di una privatizzazione «universale». Oggi, fortunatamente, l’Ocse ha fatto il suo aggiornamento, il Wto ha perso quasi tutto il potere che aveva e la Cina finirà per obbligare l’Fmi a riformarsi. Rimane l’Unione Europea del Trattato di Maastricht, ultimo bastione degli apprendisti stregoni degli anni Ottanta e Novanta. Difficile immaginare che possa essere messa sotto indagine e poi ricostruita dagli eredi stessi di coloro che l’hanno edificata. 

Energia per un’altra Europa  
La tesi di questo libro è che la transizione energetica e, più largamente, ecologica è il grande progetto politico, economico, sociale, spirituale… capace di ispirare ai democratici italiani e francesi il coraggio di dire no a questa Europa. E l’energia per costruire un’altra Europa. L’enciclica Laudato si’, come pure il discorso di papa Francesco ai movimenti popolari a Santa Cruz in Bolivia (9 luglio 2015) sono un chiaro invito, non solo ai cattolici ma anche a tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a non sostenere più la follia antidemocratica di istituzioni europee che disprezzano la loro periferia tanto quanto disprezzano l’ecosistema planetario. I cattolici dovranno dunque fare fronte comune con le forze politiche democratiche che oseranno prendere l’iniziativa di fare dell’Europa la pioniera di una società decarbonizzata e attenta ai più poveri. Per salvaguardare la nostra «casa comune», la Terra. E in modo speciale l’ala europea di questa bella casa. 


lunedì 18 aprile 2016

SLOT MOB


La campagna Slot mob è nata a Luglio 2013, promossa da vari esponenti della Società Civile, per combattere il problema del gioco d’azzardo legalizzato che sta dilagando in Italia.
Il business del gioco è enorme: nel 2012 in Italia sono stati giocati più di 80 miliardi di Euro, per un incasso netto da parte dello Stato di 8 miliardi. Ma i costi sociali legati a questo business non sono da meno: oltre 800.000 persone a rischio dipendenza (GAP, Gioco d’azzardo Patologico), famiglie distrutte, numerosi casi di suicidi per i troppi debiti, senza contare le infiltrazioni mafiose che riciclano denaro attraverso le sale Slot e i casi di usura sempre più in aumento.
Lo Stato, in sostanza copre i buchi di bilancio promuovendo il gioco con una visione miope di breve periodo, senza valutare l’impatto sociale che questo comporta. E, come al solito, se i profitti vanno in mano alle aziende che operano nel buisness, i costi ricadono sulla collettività (costi per le Asl per la cura dei giocatori, lotta alla criminalità).

Anche a Piacenza si è fatta una riflessione sui vari volti del GIOCO d'AZZARDO.
Protagonista dell'incontro Carlo Cefaloni autore del libro "Vite in gioco".
Ecco alcune risposte di Cefaloni alle domande più significative sull'argomento

Perché questa scelta politica?
Cefaloni: Corrisponde alla filosofia per cui in tempi di crisi economica e di scarse risorse pubbliche con le quali soddisfare i bisogni sociali, lo Stato sceglie di far cassa ricorrendo al gioco d’azzardo. Tanto il gioco d’azzardo esiste e tanto vale usarlo come fonte di introito. Per questo il gioco è stato dato in mano a società specializzate che ne traggono profitto, restituendone parte all’erario che così provvede alla spesa sanitaria, alla cassa integrazione, alle altre necessità di carattere pubblico. Con una strategia di corto respiro oltre che controproducente.

Chi gestisce il gioco? Chi ci guadagna?
Cefaloni: Le grandi concessionarie in Italia hanno il nome di Lottomatica o di Sisal; nella prima domina la Società De Agostini che è più conosciuta per l’attività editoriale, ma è il massimo gestore dell’azzardo anche nel mondo e in Sisal ci sono soci come Le Generali o Mediobanca. Si tratta di realtàche hanno un loro codice etico per cui una quota parte dei proventi viene destinato alla cura della ludopatia o alla formazione degli operatori del settore che si afferma siano cresciuti fino a 120 mila, anche se altre stime ritengono che in questa cifra vadano calcolati gli 80 mila gestori dei bar già
esistenti. Nel testo pubblicato c’è il dettaglio delle imprese che gestiscono il settore per cercare di capire meglio il fenomeno di cui stiamo parlando.

Ecco gli interventi finali al Convegno di Piacenza

I VOLTI DELL'AZZARDO

Convegno Piacenza 16 aprile 2016
Barbara Tondini - moderatrice
Carlo Cefaloni - autore libro "Vite in gioco"
Maurizio Avanzi - responsabile Ser.T Cortemaggiore
Alessandra Bassi - councellor
Fausta Fagnoni - councellor
Gabriele Mandolesi - Slot Mob
Titolare "Galleana Cafè" bar libero dal gioco d'azzardo

da Youtube

mercoledì 23 marzo 2016

Vangelo di Giovanni commentato dagli studenti



Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura! ». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Gv 6, 16-21






In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».





Per comprendere meglio la frase "se mi chiederete qualcosa nel mio nome, io la farò" bisogna collocarla nel contesto del capitolo 14 di Giovanni dove Cristo si accomiata dai suoi discepoli.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse.
 In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre.  Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio.  Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò