Ora di religione: un blog aperto a tutti gli studenti per confrontarsi e riflettere insieme...
sabato 6 dicembre 2025
giovedì 12 settembre 2024
GESU' Storico
Gesù storico nelle fonti pagane
Il documento più antico è una lettera (la n. 96) giunta a Roma fra il 111 e il 113, scritta dal governatore di Bitinia Plinio il Giovane all’imperatore Traiano.
Nella lettera Plinio il Giovane chiede istruzioni circa il comportamento da tenere nei confronti dei cristiani. Dopo aver illustrato i sistemi usati per far abiurare i cristiani e ricondurli al culto imperiale, il testo contiene interessanti informazioni circa il comportamento dei cristiani dell’Asia Minore. “D’altra parte, essi affermavano che tutta la loro colpa o il loro errore erano consistiti nell’abitudine di riunirsi in un determinato giorno, avanti l’alba, di cantare fra loro alternativamente un inno a Cristo, come a un dio…”. Di notevole interesse è la testimonianza dello storico romano Tacito. Questi fra il 115 e il 120, nei suo Annales (XV, 44), rievocando l’incendio di Roma del 64, parla dei cristiani e di Cristo. “Tuttavia, né per umani sforzi né per elargizioni del principe né per cerimonie propiziatrici dei numi perdeva credito l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava cristiani e che erano invisi per le loro nefandezze. Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condannato al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato…” da Publio Cornelio Tacito, Annales. Verso il 120, un altro storico, Svetonio, nella sua Vita di Claudio accenna a Cristo e ricorda che: “i giudei, che tumultuavano continuamente per istigazione di Cristo, furono cacciati da Roma.” Il testo si riferisce al decreto di espulsione degli ebrei da Roma del 49-50 voluto dall’imperatore Claudio. Dell’avvenimento troviamo testimonianza anche negli Atti degli Apostoli (At 18, 2). Sembra che Svetonio, riportando la notizia dei tumulti all’interno della comunità degli ebrei di Roma, attribuisse a Gesù la causa dei disordini. Questa breve notizia vuole forse informare del fatto che all’interno della comunità ebraica di Roma alcuni affermavano che Gesù era il Messia e altri lo negavano e, quindi, della tensione fra ebrei e prima comunità cristiana. Il fatto che Svetonio pensi che Cristo fosse a Roma e che non distingua fra cristiani ed ebrei è spiegabile con il fatto che scrive una settantina di anni dopo gli avvenimenti e dalla sua scarsa conoscenza del cristianesimo. Scrivendo di Nerone, Svetonio ritorna a parlare dei cristiani, definendoli «seguaci di una nuova e malefica setta». Esistono altre piccolissime tracce in alcuni scrittori del II secolo, come il filosofo Epitteto, l’imperatore Marco Aurelio, il retore Frontone e pochi altri.
Gesù storico nelle fonti ebraiche
Delle migliaia e migliaia di pagine del Talmud, un testo sacro dell’ebraismo, soltanto in una dozzina di passi è menzionato Gesù e quasi sempre in modo negativo. Emblematico questo brano tratto dal Talmud e risalente probabilmente al II secolo: “Riporta la tradizione: la vigilia di Pasqua è stato impiccato Gesù. Un araldo gli camminò dinanzi per quaranta giorni, dicendo: “sarà lapidato perché ha praticato la magia e ha ingannato Israele. Chi conosce la maniera di difenderlo venga a testimoniare in suo favore”. Ma non si trovò nessuno che testimoniasse in suo favore, e quindi fu impiccato alla vigilia di Pasqua.” Di tono totalmente diverso è la breve testimonianza dello storico ebreo Giuseppe Flavio nato nel 37 d.C., quindi poco dopo la morte di Gesù di Nazaret. Nella sua opera Le antichità giudaiche gli dedica un solo paragrafo: “Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio, se pure uno lo può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti giudei e molti greci. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino a oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti cristiani.” da Giuseppe Flavio, Le antichità giudaiche, vol. II
Gesù storico nei Vangeli
- I Vangeli non sono stati scritti da Gesù, ma sono nati dalle fede e dalla riflessione delle prime comunità cristiane.
- Occorre prendere atto della diversità dei Vangeli, in particolare della differenza tra i Vangeli sinottici e il Vangelo di Giovanni. I Vangeli sinottici sono i Vangeli scritti da Marco, da Matteo e da Luca e sono detti sinottici perché è possibile leggerli sinotticamente, cioè in parallelo su tre colonne.
- I Vangeli non sono delle biografie.
Eppure per molti secoli quello che dicevano i Vangeli era di fatto avvenuto così come era stato narrato. Solo dal XVIII secolo si pose quella che può essere definita la moderna questione del Gesù storico. Il primo a porre il problema del Gesù storico fu il filosofo e scrittore tedesco illuminista, seguace del deismo, Hermann Samuel Reimarus (1694-1768). La sua tesi è semplice: Il Gesù della storia non corrisponde al Gesù dei Vangeli. Il Gesù storico fu un liberatore politico che fallì nel suo intento. I discepoli non rassegnandosi al suo fallimento, costruirono con invenzioni e manipolazioni della realtà il Cristo dei cristiani. Ad una conclusione simile pervenne il teologo tedesco Rudolf Bultmann (1884-1976). Per Bultmann non è il Gesù storico a essere rappresentato nei Vangeli, ma la fede della prima Chiesa. Noi possiamo venire a contatto solo con il Cristo annunciato dalla comunità cristiana che ci è stato trasmesso sotto forma di discorso mitologico. Il nostro sforzo deve essere quello di demitizzare, cioè di tradurre il linguaggio mitico in un linguaggio moderno, comprensibile per l’uomo e il credente di oggi.
domenica 7 aprile 2024
La Chiesa nella Piacenza medievale
Piacenza, posizionata strategicamente all'incrocio di antiche strade e lambita dall'arteria fluviale del Po, emergeva nell'Europa medievale come un vitale centro di passaggio e di connessione. Questa città, vivace crogiolo di attività economiche e commerciali, fu testimone di un'impetuosa attività edilizia che interessò tanto i grandi cantieri civili quanto quelli religiosi. Le sapienti mani di maestri come Wiligelmo e Nicolò, due tra i più celebrati scultori romanici, contribuirono a plasmare il volto urbanistico di Piacenza, arricchendolo di opere d'arte di inestimabile valore.
La città medievale vanta una miriade di chiese e monumenti che delineano il suo profilo, tra i quali spicca la maestosa cattedrale, splendido emblema del romanico emiliano. Iniziata nel 1122, la costruzione si protrasse fino al 1341, risultando in un edificio di straordinaria imponenza. La facciata, ornata da protiri e decorazioni che narrano episodi della vita di Cristo, testimonia l'abilità e la creatività degli artisti del tempo. All'interno, le navate racchiudono bassorilievi che celebrano le corporazioni artigiane, i paratici, fulcro dell'economia cittadina.
Altra perla della spiritualità piacentina è la chiesa di San Giovanni in Canale. Fondata nel XIII secolo dai Domenicani, essa rappresenta un importante testimone della vita conventuale dell'epoca, nonché della funzione inquisitoriale che l'ordine vi esercitò fino alla soppressione nel 1797. L'interno, arricchito nei secoli da stucchi, dorature e opere d'arte come i monumenti sepolcrali della famiglia Scotti e la cappella del Rosario, narra la storia di una comunità profondamente legata alla propria fede.
Il Gotico, palazzo comunale eretto nel 1281, pur non essendo un edificio religioso, riflette l'influenza ecclesiastica nel tessuto sociale e culturale di Piacenza. La sua architettura, con il loggiato in marmo rosa di Verona e il cotto rosso del piano superiore, testimonia l'importanza del mecenatismo laico in un'epoca dominata dal sacro.
La chiesa di San Francesco, edificata tra il 1278 e il 1365 in stile gotico, incanta per l'ampiezza delle sue navate e la ricchezza degli affreschi, tra cui emerge lo splendido Giudizio Universale. Anche in questo caso, l'arte si fa veicolo di messaggi spirituali, educando i fedeli attraverso le immagini.
Queste meraviglie architettoniche e artistiche, insieme a molte altre disseminate nella città, testimoniano l'importanza che la Chiesa ebbe nella Piacenza medievale non solo come istituzione religiosa, ma anche come promotrice di cultura, arte e bellezza. L'eredità di quel periodo brilla ancora oggi, invitando alla scoperta di un passato ricco di fascino e spiritualità.
martedì 18 aprile 2023
Visita alla Basilica di Sant'Antonino a Piacenza
La visita alla basilica di Sant'Antonino a Piacenza, dello scorso 1 aprile, con la guida di Marco Carubbi, è stata un'esperienza che ha suscitato grande interesse ai ragazzi della 2B ITAS del Raineri-Marcora.
giovedì 29 settembre 2022
La sfida dell’insegnamento della religione cattolica in questo “cambiamento d’epoca”
“Viviamo un tempo nuovo, non tanto un’epoca di cambiamenti quanto un “cambiamento d’epoca” come ci ricorda Papa Francesco. Vale per tutte le donne e gli uomini segnati da anni di fatica, ma anche di nuove risorse incontrate. Vale anche per la scuola e per noi Idr all’interno di questa”: sono le parole introduttive formulate dall’equipe dell’Ufficio Scuola della diocesi di Piacenza-Bobbio, per presentare la Giornata di formazione e presa di servizio degli idr diocesani, svoltasi il 3 settembre, nella Sala degli Arazzi, al Collegio Alberoni di Piacenza.
Il saluto ai neopensionati
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| (Daniela Mazzoni, don Stefano Garilli e Giovanni Marchioni) |
L’incontro è stato preceduto dal saluto e la consegna della targa ricordo ai due neo-pensionati insegnanti di religione: don Stefano Garilli e Daniela Mazzoni.
Il Direttore Ufficio Scuola, prof. Giovanni Marchioni, ha ricordato l’impegno dei due docenti che si sono spesi per tanti anni nell’insegnamento della religione cattolica: don Garilli, docente alla scuola media di Ferriere e Mazzoni al liceo Colombini. Intense e sentite le parole di Daniela Mazzoni che ha ripetuto la poesia di congedo letta agli alunni fra cui le frasi: “Ho incontrato tanti mondi… Ho vissuto una bellezza profonda, ho cercato di ascoltare, capire, abbracciare… In quegli incontri ho trovato risposte…”.
Nuovi paradigmi
La tavola rotonda, coordinata dalla prof.ssa Federica Bassi, si è focalizzata sul tema: “Leggere e interpretare i segni dei tempi. La scuola alla ricerca di nuovi paradigmi di senso”. Con l’aiuto dei relatori: prof.ssa Maria Antonietta Maggio, collaboratrice di pedagogia speciale all’Università di Parma, prof. Dimitris Argiropoulos, docente di didattica e pedagogia speciale all’Università di Parma e don Giordano Goccini, parroco e teologo, già incaricato della pastorale giovanile dell’Emilia Romagna, si è riflettuto sulla disciplina della Religione Cattolica che ha bisogno di essere letta, interpretata e insegnata con paradigmi nuovi, capaci di leggere la storia in cui siamo immersi per “guardare” con occhi di speranza ai bambini/ragazzi/giovani che vengono affidati agli idr.
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| (I relatori: Maggio, Argiropoulus, Goccini) |
Il mondo adulto in crisi
“Oggi il mondo adulto - sintetizziamo il pensiero del prof. Argiropoulos - non propone relazioni vere, c’è una aridità comunicativa, manchiamo di “entropatia”, cioè la necessità di sentire dentro l'altro, il farsi recettivi rispetto alla sua interiorità, ci affidiamo all’effimero, consumiamo istanze di non senso”. Quindi per il docente universitario c’è bisogno di un autentico modo di rientrare in relazione con l’altro basato sulla capacità spirituale di accedere e di comprendere come se si fosse al posto dell’altro.
“Oggi è cambiato tutto tranne il pranzo domenicale dalla nonna”: ha affermato sorridendo don Giordano Goccini. “Non c'è più un mondo adulto stabile - ha aggiunto - anche la scuola è friabile, gli adulti sono evanescenti e i ragazzi trovano stabilità dalla nonna che sempre è guardata con affetto”.
Anche la prof. Antonietta Maggio ha sottolineato la doppia visione che si vive nel quotidiano: la nostalgia di un passato e la paura del futuro. “Essere docenti oggi - ha precisato - significa essere professionisti della complessità, gestire mondi diversi, prendere ciò che di buono c'è stato e superare lo scollamento tra ciò che crediamo e ciò che vediamo”.
Vi precede in Galilea
Un altro aspetto del nostro modo di vivere odierno è la mancanza di un sano conflitto. È ciò che ha evidenziato Dimitris Argiropoulos, sottolineando come, nelle relazioni, viviamo una pace generica. “Si deve invece - ha aggiunto - convivere pacificamente pur nella divergenza di opinioni. Se litigo, se sono in conflitto con l’altro, sviluppo interesse nei suoi confronti. È un processo di reciprocità e di conoscenza di cui abbiamo bisogno”.
Altra cosa da lasciare - per don Giordano Goccini - è l’idea dell'impero, cioè del mondo dominato dal progresso, dalla sovrabbondanza dei beni…
“Quel modello ha dominato fino a qualche anno fa, - ha spiegato il teologo - mentre oggi viviamo in un modello sociale de-istituzionalizzato, dobbiamo avere la percezione che siano in un mondo disordinato e nei nostri progetti bisogna sempre trovare una sfida”.
L’allusione conclusiva al vangelo di Matteo: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea” di Maria Antonietta Maggio è stata significativa perché ha evidenziato l’importanza di riprendere tutto il cammino personale, fatto anche di delusioni, di sconfitte. “Significa entrare in classe con una storia alle spalle, anche con il dolore, le negatività che però maturano e fanno crescere”.
È lo stesso pensiero, nell’ omelia alla Veglia Pasquale, di papa Francesco:
“Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto - la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al tradimento - rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da questo supremo atto d’amore”.
mercoledì 22 febbraio 2017
Viaggio nel Magistero: EVANGELII NUNTIANDI
lunedì 4 luglio 2016
Il teologo Basilio Petrà e lo sguardo verso la Chiesa Ortodossa
Stiamo parlando del mondo ortodosso, che a Creta a fine giugno ha vissuto il suo primo Concilio.
Ne parliamo con don Basilio Petrà, sacerdote di Prato, intervenuto nelle scorse settimane al convegno nazionale dal SAE al Centro pastorale Bellotta di Pontenure.
— Don Basilio, la Chiesa respira con due polmoni, l’Oriente e l’Occidente. Lei, che è nato da genitori ortodossi, come vede tutto questo?
Penso che bisognerebbe essere più consapevoli del fatto di avere più polmoni. Anzi, a dire il vero non sono soltanto due. C’è anche il polmone siriaco, una tradizione da non dimenticare. Un teologo dovrebbe prendere atto di questa molteplicità di presenze e di espressioni della Chiesa. Occorre, in altre parole, un’ampiezza cattolica reale del pensare e del sentire.
— Quali sono le caratteristiche principali del polmone orientale?
L’Oriente greco è segnato dalla percezione dell’esistenza umana chiamata alla divinizzazione. L’uomo è stato creato per diventare partecipe della natura divina condividendo l’esistenza di Dio in un disegno di comunione vitale. Nell’Oriente si avverte con forza che la Chiesa si colloca all’interno di una tradizione vivente con cui va mantenuto un legame costante. Tutto ciò non si oppone all’apertura alla novità e alle nuove necessità. Il Concilio ecumenico Vaticano II in tanti punti si ispira alla teologia dei padri Greci, riprende la prospettiva antropologica cristocentrica e la concezione della chiamata dell’uomo a partecipare e condividere l’esistenza di Dio in Cristo. Il Concilio è stato perciò il luogo in cui i due polmoni hanno cominciato a sintonizzarsi. Oggi, consapevoli di ciò che ci unisce, andrebbero riprese con maggiore decisione le sollecitazioni avviate dal Concilio.
— Qual è il ruolo dello Spirito Santo nell’esperienza ortodossa?
In passato si è molto insistito sul maggior carattere pneumatocentrico della tradizione ortodossa rispetto alla Chiesa latina.
In parte è vero, ma nell’Oriente lo Spirito non è mai visto indipendentemente dal Cristo e dalla vita trinitaria.
Lo Spirito ha un ruolo centrale perché tutto è dovuto alla sua azione.
L’azione dello Spirito è di “cristificare” il mondo e l’uomo, cioè di portare alla partecipazione della vita divina l’uomo e il cosmo.
Lo Spirito è chiamato a trasformare l’uomo in modo da diventare sempre più intimamente simile, come struttura, come modo di pensare e di agire, al Cristo Signore.
Praticamente, “vivere in Cristo” secondo l’indicazione di San Paolo.
Gli ortodossi insistono che non si tratta di aggiungere virtù a virtù, ma di esistere in un certo modo, cioè acquisire l’esistenza conforme all’esistenza stessa di Dio.
Lo Spirito chiede a me come persona di entrare in un rapporto di comunione interiore sempre maggiore con il Cristo.
— Nei “Racconti di un pellegrino russo” si parla della preghiera del cuore con l’invocazione: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore”. In questo quadro, che significato ha questa preghiera?
La “preghiera continua” è l’elemento fondamentale che esprime più adeguatamente la prospettiva spirituale dell’Ortodossia.
Nella preghiera di Gesù vi è il riconoscimento della gloria divina, che si fa carne in Cristo e che arriva a noi attraverso la figliolanza divina di Cristo.
Vi è poi la consapevolezza del nostro peccato, della nostra povertà, del nostro non avere nessun diritto da vantare nei confronti di Dio.
Noi siamo caratterizzati dalla nostra ingiustizia, siamo peccatori…
Però fra il Signore e noi c’è il ponte, cioè la misericordia.
Il Cristo, nella prospettiva orientale, non è una presenza lontana.
In forza del battesimo noi siamo viventi in Cristo e Cristo è in noi.
Possono sembrare riflessioni astratte; in realtà questa preghiera manifesta la sua forza quando l’orante concretamente vive.
— Dall’incontro a Cuba a febbraio tra Francesco e il patriarca di Mosca Kirill alla visite a Lesbo e in Armenia: come vive la Chiesa ortodossa queste aperture al dialogo?
Ogni incontro andrebbe visto separatamente.
La Chiesa ortodossa non è come la Chiesa cattolica, ma è una comunione di Chiese nazionali autocefale.
Non ha al suo interno una figura dotata di autorità come il Romano Pontefice.
Il Patriarca di Costantinopoli ha un primato d’onore che vorrebbe estendere maggiormente o comunque vedere più riconosciuto, ma non può parlare a nome dell’Ortodossia se non ha il consenso delle altre Chiese.
A Cuba papa Francesco e Kirill hanno compiuto un passo importante.
Il Patriarca ha riconosciuto l’esistenza delle chiese greco-cattoliche.
L’incontro di Lesbo, invece, ha colpito molto ortodossi greci, ma non bisogna da qui trarre conclusioni universali per l’Ortodossia, ogni volta le cose vanno viste nel loro proprio contesto. Anche riguardo al Conclio pan-ortodosso, il cammino non è stato facile.
Se ne parlava dagli inizi del ‘900, poi la cosa si bloccò anche per la fine del socialismo reale nei Paesi del blocco sovietico.
Alla fine il Patriarca di Costantinopoli ha accelerato e il Concilio si è messo in moto. è però sufficiente che una piccola Chiesa come Cipro, che conta 300mila fedeli, blocchi un documento, che quest’ultimo non avrà valenza per tutta l’Ortodossia.
Il Concilio vuole mostrare in primo luogo agli ortodossi stessi che le Chiese ortodosse sono un’unica Chiesa.
— Qual è invece la forza di avere un’unica autorità come il Papa nella Chiesa cattolica?
C’è un teologo e filosofo greco giovane, l’archimandrita Giovanni Panteleimon Manussakis, che sostiene che l'Ortodossia ha bisogno di più elementi simili a quelli del Papato e che la Chiesa cattolica, nel vedere il Papato, avrebbe bisogno di più elementi simili a quelli dell’Ortodossia.
La Chiesa ortodossa dovrebbe cioè darsi più strumenti per vivere l’unità, ma senza l’investimento teologico che la Chiesa cattolica dà al Papato.
Dall’altra parte, il Papato avrebbe bisogno di dare maggiore spazio alla sinodalità e all’autonomia delle Chiese locali, articolando meglio, secondo lui, l’unità e la diversità.
Davide Maloberti
Riccardo Tonna
da Il Nuovo Giornale 1/07/2016
venerdì 11 luglio 2014
Padre Sorge: la Chiesa di Papa Francesco
Dove nasce la forza di questo Papa?
martedì 7 gennaio 2014
Evangelii gaudium
"Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia...".
Un comunità decisamente più aperta.
Le sue riflessioni sono stimoli significativi per portare la comunità cristiana in un costante atteggiamento di “uscita”, non quindi di chiusura e arroccamento su se stessa.
Più che l’autopreservazione auspica per la Chiesa un invito ad andare fuori e partire dalle periferie del mondo...
Il Papa scrive nella Evangelii Gaudium che «questa economia uccide» pone esattamente il problema che il sistema economico capitalistico, così come oggi si è evoluto, mette a rischio la vita.
Quindi occorre molto pensare per sostituirlo con uno migliore, non per orientamento ideologico, ma perché in gioco c’è la sopravvivenza dell’uomo.
Le parole dell’Esortazione sono in fondo molto semplici e l’analisi altrettanto evidente.
"Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”.
Questa economia uccide.
Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa.
Questo è esclusione.
Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame.
Questo è inequità...
In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo.
Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante.
Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare.
Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza...".












