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venerdì 1 dicembre 2023

Don Claudio e Baby Gang

 



“Ma è vero che non esistono ragazzi cattivi, ma ragazzi che mi fanno impazzire, sì, e ne ho parecchi... Io vivo con una cinquantina di adolescenti. Quasi tutti autori di reato e il lunedì sera, alle 19, un incontro che chiamiamo koinè, una assemblea dove affrontiamo le varie problematiche emergenti della settimana o del periodo, per cui devo dire che in questo periodo abbiamo ragazzi belli, tosti”. Così don Burgio, arrivato a Piacenza, dalla sua comunità di Milano, ha iniziato l’intervento, il 27 novembre, alla parrocchia di San Vittore alla Besurica. L’incontro, organizzato dal Centro Culturale “Incontriamoci”, ha visto una sala gremita di giovani e adulti. Don Claudio Burgio, nato a Milano nel 1969, ordinato sacerdote l’8 giugno 1996, nel Duomo di Milano, dal cardinale Carlo Maria Martini, cappellano al carcere minorile “Beccaria” di Milano, è il fondatore della comunità Kairos che accoglie minori adolescenti e giovani maggiorenni (14 - 25 anni) con procedimenti penali, provvedimenti amministrativi e civili in atto allo scopo di promuovere progetti personalizzati finalizzati al reinserimento sociale autonomo e responsabile. Don Claudio coniuga l’attività pedagogica, che lo vede impegnato quotidianamente con i ragazzi delle comunità, a quella di esperto del mondo giovanile, come protagonista di numerosi interventi in dibattiti e incontri pubblici su temi sociali di attualità.

La fragilità dei ragazzi

“I giovani che incontro - ha affermato don Claudio - sono di una fragilità estrema. Quando poi sono in confidenza con me, mi dicono di aver subito bullismo. Ciò significa che il bullismo nasce, non per attaccare, non perché vuoi prenderti la soddisfazione di mettere in difficoltà un altro ragazzo, ma perché è come un sistema di difesa. Io ti attacco per evitare che tu scopri la mia debolezza che mi rende fragile. Allora, prima di subire ancora ti faccio vedere chi sono. Tiro fuori i miei artigli, anche se non li ho”. In questo modo don Burgio ha spiegato l’accentuarsi di tanti fenomeni di bullismo oggi.

Don Claudio e Baby Gang

“Qualche anno fa è arrivato in carcere - ha aggiunto don Burgio - un quindicenne che non parlava mai, né con gli assistenti sociali, né con con gli psicologi. Dopo un anno e mezzo finalmente mi chiede: “Don, ci ho pensato su tanto, e vorrei venire nella tua comunità”. Gli rispondo come mai volesse venire da me, e lui mi ha risposto che era appassionato di musica. “So che nella tua comunità - mi dice - si fa musica, ed io farò il cantante”. Allora io ci ho pensato un paio di giorni e gli ho detto che l’avrei accolto: “Lo chiediamo al giudice, però farai musica - gli ho fatto presente - e la farai sul serio, quindi comincia a scrivere le tue canzoni. Ti porterò io personalmente a registrarle in studio di registrazione”.
Certo adesso i ragazzi sanno di chi parlo. Lui mi spalanca la sua vita e così è iniziata la fiducia tra noi. Il ragazzo in questione è Baby gang, pseudonimo di Zaccaria Mouhib, nato a Lecco, 26 giugno 2001, uno dei più inquietanti rapper del momento. Per gli adulti è un pericolo sociale, per me è un ragazzo. Ascoltando le sue canzoni, mi sono chiesto: come è possibile che tanti ragazzi delle case popolari abbiano già vissuto tutte queste cose? La trap è il racconto di storie impossibili, eppure vere. E’ iniziato tutto così…con un incontro imprevedibile”. 

La testimonianza di Daniel

Un altra storia descritta da don Claudio è quella di Daniel, al Beccaria per una rapina in banca. “Tre anni di carcere - racconta don Burgia - con vari trasferimenti per cattiva condotta. Uscito dal carcere, ne passa due anni da noi in comunità, ma, terminato il periodo, finisce nuovamente in cella, a San Vittore stavolta. Allora mi ricontatta per chiedermi di nuovo aiuto. Lo riprendo senza ombra di dubbio, nonostante tutti me lo avessero sconsigliato. Quella è stata la volta buona: è tornato a scuola a 23 anni e poi si è anche scritto all’università. E’ appena uscito il suo libro, dal titolo “Ero un bullo”, che vi consiglio (“Ero un bullo – La vera storia di Daniel Zaccaro” di Andrea Franzoso, De Agostini editore)”. Una testimonianza - per don Burgio - che evidenzia come dei giovani, immersi nella devianza, grazie ad incontri significativi, sono riusciti a cambiare”.

Riscoprire l'umanità dietro le sbarre

Il carcere come istituzione ha sempre suscitato dibattiti e controversie, ma raramente si è riusciti a focalizzare l'attenzione sulla reale necessità di rieducazione e sulla mancanza di un approccio umanitario verso i detenuti. A Piacenza, l'intervento del cappellano del carcere minorile di Milano "Beccaria", ha gettato nuova luce su questa questione, evidenziando con forza come la detenzione spesso prevalga sulla rieducazione nelle strutture carcerarie.
Don Claudio ha ribadito con fermezza che il carcere non dovrebbe essere solo un luogo di punizione, bensì un ambiente finalizzato alla ricostruzione delle vite. Ha sottolineato come la mentalità giustizialista, che si concentra esclusivamente sulla punizione senza un reale impegno nella riabilitazione, debba essere superata. È essenziale passare da un'ottica repressiva a un approccio che ponga al centro l'educazione.
“Si può costringere un ragazzo, una volta che ha sbagliato, - ha sottolineato don Burgio - a buttarlo dentro una cella e sperare che cambi, si pensa che una cella possa fare da deterrente, ma può in qualche modo avviare un cambiamento? Nei miei 18 anni di cappellano al Beccaria e nei miei 23 anni di comunità vi dico la verità, non ho veramente mai avvertito che solo in forza delle regole si possa cambiare”.

Adulti credibili

Don Claudio ha evidenziato l'importanza di offrire ai giovani figure adulte credibili e autentiche. La mancanza di adulti capaci di trasmettere autenticità e fiducia ha portato a una deriva in cui i valori positivi vengono banalizzati. Don Claudio ha criticato coloro che, purtroppo, esprimono superficialmente concetti come "fai il bravo", senza comprendere appieno il significato del bene e del male. Per questo, secondo lui, risulta più affascinante per i giovani il male, poiché la mancanza di autenticità rende il bene poco convincente.
Nel suo discorso, don Claudio ha anche evidenziato una critica verso una visione distorta del cristianesimo, spesso presentato come una serie di riti tradizionali senza profondità e autenticità. Questo modo superficiale di trasmettere la fede rischia di privare i giovani della possibilità di esplorare la propria spiritualità in modo significativo e personale.
È interessante notare come, nonostante tutto, don Claudio abbia sottolineato che i giovani, ognuno a modo proprio, nutrono comunque una forma di fede.

Spiccare il volo

Don Claudio Burgio, concludendo il suo intervento a Piacenza, ha consegnato un messaggio potente e motivante ai giovani presenti. Con voce carica di speranza, ha incoraggiato i ragazzi a osare, a sognare in grande, e a credere nelle loro capacità.
Invitandoli a "spiccare il volo" e a "volare alto", don Claudio ha sottolineato l'importanza di avere fiducia in se stessi, di perseguire i propri obiettivi con determinazione e di non limitarsi dalle difficoltà o dalle circostanze avverse. Ha esortato i giovani a credere nelle proprie potenzialità, a non temere di sognare grandi traguardi e di perseguire i propri sogni con coraggio e determinazione.



venerdì 25 gennaio 2019

Giovani, da dove nasce la violenza


Violenza, bullismo, devianza, autolesionismo, cyberbullismo rappresentano i comportamenti aggressivi più diffusi tra gli adolescenti.
Il susseguirsi di questi episodi tra ragazzi nei confronti dei coetanei, dei professori e dei genitori, dà l’impressione di assistere ad un dilagare di certe condotte messe in atto da giovanissimi sempre più inconsapevolmente violenti.
Alla luce anche delle risse tra gruppi di adolescenti a Piacenza e agli ultimi fatti di vandalismo in una scuola di Pisa, il prof. Tonna si è confrontato con Francesco, Andrea, Sebastian e Giovanni, studenti dell’Istituto Raineri – Marcora di Piacenza.


mercoledì 9 maggio 2018

Mai più un banco vuoto

E' molto commovente il video proposto da FARExBENE, una Onlus che combatte contro il bullismo.
Fa comprendere in modo molto chiaro come certe azioni, ritenute dagli autori semplici goliardate, possono avere effetti devastanti.
Bullismo e cyberbullismo travolgono speso drammaticamente la vita della vittima che si ritrova soffocata dalla vergogna e si abbandona al suicidio.
Il video, ispirato alla storia vera di Carolina Picchio, è un messaggio di grande riflessione da proporre in ogni aula delle scuole italiane.

sabato 17 febbraio 2018

FREEDOM WRITERS

I giorni tra la fine d'aprile ed i primi giorni di maggio del 1992 fanno parte della storia degli Stati Uniti e della città di Los Angeles. L'ondata di violenza, sedata con l'intervento dell'esercito il due maggio dello stesso anno, pur se scatenata dall'assoluzione dei quattro poliziotti responsabili del pestaggio di Rodney King, era in realtà il culmine di una situazione ormai da molti anni in procinto di esplodere. Il sogno dell'integrazione e del "melting pot" aveva dovuto cedere alla dura realtà dei fatti: ogni comunità era un mondo a se stante, separato, governato da una paura che troppo spesso trovava il proprio sbocco naturale nella lotta tra gang, nell'odio razziale, nella violenza.
Freedom writers è un film tratto da una storia vera, e narra la vicenda di una coraggiosa insegnante, Erin Gruwell, che osò credere con tutto il cuore in un programma di integrazione razziale sorto
all'indomani delle rivolte a Los Angeles. I suoi alti ideali tuttavia si scontrarono molto presto con la crudele realtà dei fatti: da una parte dovette affrontare una classe problematica, caratterizzata da tensione e spesso dalla lotta per la sopravvivenza, mentre d'altro canto fu ostacolata da un establishment a favore dell'integrazione solo sulla carta, perché il nuovo sistema non faceva altro che perpetuare forme striscianti di segregazione nei confronti di categorie svantaggiate. La lotta della Gruwell è quindi una lotta dal basso e nel cuore di adolescenti che troppo presto nelle loro vite hanno conosciuto una sofferenza tale da renderli adulti precocemente e contro la loro volontà. Erin Gruwell trovò un proprio metodo spingendo i ragazzi a mettere su carta la loro rabbia e la loro frustrazione, facendo capire loro di non essere soli, ma di avere fin troppe esperienze negative in comune.
Hillary Swank, nel ruolo dell'insegnante, ha confessato di avere un debole per le storie vere (basti pensare alla protagonista di "Boy don't cry"), e anche in questo caso ci regala un'interpretazione degna di rispetto. Freedom writers riesce a condensare in due ore le sottili dinamiche che si instaurano tra classe ed insegnante e tra questi ed il mondo esterno. Si tratta di un film importante, che dimostra l'attualità della lotta per i diritti civili ancora oggi e nel paese più democratico del mondo. Freedom writers è un film che riesce a toccare, a tratti a commuovere, ma in ogni casi a dare un barlume di speranza se è vero che anche una donna sola può fare la differenza nella vita di molte
persone.  Mario Corso da FilmUP.com

I veri protagonisti della storia con Erin Gruwell al centro

mercoledì 22 febbraio 2017

"Vietato morire" di Ermal Meta: significato

Vietato morire è una canzone di Sanremo 2017 che mi ha colpito di cui ho cercato di capire meglio il significato del testo.
Ermal Meta è un giovane artista albanese che sta emergendo nel panorama della musica italiana.
Con l'aiuto del critico musicale Luca Landoni di radiomusik.it, ho scoperto che è possibile farne un’esegesi della canzone analizzandola parola per parola.
Anzitutto il contesto: quello che parla è il figlio di un padre che picchia lui e sua madre.
Già dalla prima strofa si rivolge alla mamma, della quale ricorda la collana con la pietra magica che gli aveva regalato e la necessità di crescere in fretta per proteggerla.
Una frase è emblematica, la parte più bella del testo, quando la madre dice al figlio:
Figlio mio ricorda: L’uomo che tu diventerai non sarà mai più grande dell’amore che dai".
Insomma l’insegnamento è che la violenza ricevuta non cambia il fatto che solo l’amore conta e rende grande un uomo.
Qui si inserisce anche l’altro passaggio cardine del testo:
Ricorda di disobbedire perché è vietato morire”.
Qui il significato lo ha spiegato lo stesso Ermal Meta in diverse interviste. Bisogna disobbedire alla violenza, ovvero rifiutarla anche se, come in questo caso, è l’insegnamento che si riceve dal proprio genitore.
La seconda parte ha più vie interpretative.
Vietato Morire – che è anche il titolo del brano – è il risultato della disobbedienza alla violenza, ovvero solo chi non accetta la violenza non muore dentro.
Altro significato è che la violenza è un meccanismo perverso, una spirale che porta alla morte.
Il cantante ha spiegato il senso di "Vietato morire" dicendo che rappresenta il concetto di parlare, comunicare ed esprimersi.
Quindi non bisogna stare zitti e bisogna "disobbedire" di fronte ad ogni forma di prevaricazione e capire il momento giusto in cui bisogna dire "basta".




mercoledì 25 marzo 2015

Ripensando alla Shoah

La Shoah, l'orrendo massacro nei campi di concentramento nazisti, è sempre motivo di grande riflessione.
Ecco alcuni pensieri di giovani studenti delle prime classi dell'Istituto Raineri - Marcora di Piacenza.

"Penso che il dramma della Shoah sia stato una tragedia, perché sono state uccise tantissime persone dai tedesche che, ritenendosi la razza ariana, pensavano di essere gli unici a poter esistere". Leonardo

"E orribile che sia stata fatta una cosa solo per "ripulire" la terra. Quando ne parlo mi sale un nodo alla gola, non trovo il senso di tutto questo." Giulia

"Reprimere le diversità non ci rende più forti o capi di qualcun'altro, ma, anzi, ci fa sembrare degli animali senza cervello." Silvia

"E' una vera e propria tragedia, in ebraico vuole dire distruzione e sta a significare la totale soppressione degli ebrei da parte del nazismo.  Un persona che mi ha fatto riflettere su questo è stato lo scrittore Primo Levi, che ha vissuto l'esperienza dei campi di concentramento." Andrea

"Per me è stata una persecuzione ingiusta, insieme alle leggi razziali. Tutti gli uomini sulla terra sono uguali, senza nessuna distinzione." Giovanni

"Non mi spiego come molte persone abbiano potuto appoggiare un'idea così malata. Nel dramma della Shoah erano compresi ebrei, disabili, omosessuali e malati di mente, ecco, io non capisco come un popolo così forte, diligente e serio come il popolo tedesco non si sia potuto accorgere di questa follia." Chiara

"Sterminare e uccidere milioni di ebrei, tra cui bambini, donne, anziani e uomini che non avevano fatto niente, ha un significato veramente molto grave.
Uccidere solo per essere superiori ad altri è un peccato gravissimo." Samantha

"Penso che nessuno dovrebbe meritarsi tale pena, qualunque sia la sua colpa. Morire di stenti e venendo bastonati è una cosa disumana. Mi chiedo come certe persone possano fare queste cose senza pensare ai loro sentimenti e quindi a quello che possono provare le loro "prede"." Filippo

"L'azione di Hitler doveva essere bloccata prima da qualcuno.
Nel mondo, secondo me, non ci sono diversità tra un uomo nero e un uomo bianco e viceversa, perché questo si chiama razzismo." Luca

"Ricordare significa rompere l'indifferenza: la memoria è necessaria perché gli orrori del passato non debbano più riaffacciarsi in una società civile.
Ciò che i nazisti vollero nascondere, noi lo apriamo a tutti." Alessandro

"Purtroppo l'uomo è capace di fare bruttissime cose nei confronti dei suoi simili". Davide

"Nel tempo quasi tutti i protagonisti diretti dell'olocausto vanno scomparendo. Le loro parole rimangono nei libri. L'importante è ricordare." Beatrice

"La Shoah è avvenuta per tanti motivi, ma uno in particolare: gli ebrei erano accusati di deicidio. cioè di aver ucciso il Figlio di Dio: Gesù Cristo." Michele

"Non mi sembra giusto che delle persone dovessero essere ammazzate solo perché erano considerati inferiori" Gaia

"E' una cosa che non riesco ad immaginare, ma che posso solo descrivere con la parola: inumana." Adele

"E' il dramma più brutto di tutta la storia, perché gli uomini sono tutti uguali e l'uomo non fa razza: siamo tutti figli di Dio:" Simone

"Provo orrore e rabbia, tantissime persone sono morte senza un perché.
Oltre ad avere ucciso le persone fisicamente, sono state anche uccise moralmente e psicologicamente.
E' stato un periodo di terrore senza cuore." Alessandra

"Rabbrividisco al solo pensiero: ci sono state tante famiglie distrutte, bambini e anziani costretti a lavorare e a soffrire ingiustamente." Caterina

"Non ha senso uccidere persone per la loro religione, ognuno è libero di credere nel Dio che preferisce." Camilla

"La Shoah è principalmente basata sull'antisemitismo, ma secondo me la vera causa è l'odio delle persone, la rabbia provocata dalla guerra e l'avidità del denaro." Davide

"La Shoah è stato un avvenimento orribile perché ogni persona a il diritto di vivere e credere in ciò che vuole. Trovo sbagliato inoltre il fatto che questa tragedia veniva tenuta nascosta. I tedeschi tranquillizzavano la popolazione dicendo che avrebbero portato le famiglie più ricche in altre città..." Stefano

"La Shoah è frutto di un cammino verso l'odio totale che nasce quando, proprio noi uomini, dimentichiamo chi ci ha creati e ci diamo tanta importanza da volere essere al centro del mondo e dell'universo..." Alberto

"E' stata un cosa molto brutta, si sono violati i diritti delle persone ridotte come animali senza capacità di agire. Sono state costrette a sperare in un po' di salvezza, ma quest'ultima non è mai arrivata." Maria

"La speranza è l'ultima a morire, ma, in questo caso, gli ebrei sono morti prima della loro speranza..." Alessandra

"Questo dramma è ben presente nella memoria dei popoli, così come i crimini contro l'umanità che hanno contraddistinto la storia contemporanea fino ai nostri giorni." Camilla

Pur immersi in tante cose superficiali gli adolescenti, come emerge da questi pensieri, sono capaci di riflettere...


domenica 6 aprile 2014

Frasi e dialoghi da Blood Diamond

Blood Diamond – Diamanti di sangue, film americano del 2006 con Leonardo DiCaprio, regia di Edward Zwick.

Significativa è le frase del Colonnello Coetzee (Arnold Vosloo) sul legame alla terra africana.
Danny, dammi la mano. Questa terra rossa ce l'abbiamo nella pelle. Gli Shona dicono che il colore viene dal sangue sparso combattendo per questa terra. È casa nostra: tu non lascerai mai l'Africa.

Dinanzi al campo profughi della Guinea. Così si esprime Maddy Bowen (Jennifer Connely) giornalista americana.
Ecco come sono un milione di persone tutte insieme. Al momento è per dimensioni il secondo campo profughi d'Africa. Forse il mondo lo vedrà per un minuto sulla CNN, tra una notizia sportiva e il meteo.

Danny Archer (Leonardo DiCaprio) spiega alla giornalista Maddy Bowen (Jennifer Connelly) il destino dei diamanti insanguinati.
Archer: Io prima contrabbando le pietre oltre confine, dopo i compratori locali le passano ad un compratore a Monrovia.
Maddy: Continua…
Archer: Lui corrompe i doganieri e certifica che i diamanti sono stati estratti in Liberia e che quindi possono essere legalmente esportati. Ora, una volta arrivati ai compratori di Anversa i diamanti
passano ai tavoli di selezione e nessuno più da domande. Quando poi arrivano in India le pietre sporche vengono mescolate con pietre legali, provenienti da tutto il mondo e, a quel punto, diventano diamanti come tutti gli altri.
Maddy: E la Van de Kaap lo sa tutto questo?
Archer: “Si, al mio arrivo a Londra incontro Simmons. Domanda e offerta, controlli l’offerta e mantieni la domanda alta. Dunque c’è un caveau sotterraneo dove tengono tutte le pietre che comprano per tenerle fuori dal mercato, così possono mantenere alto il prezzo. Se i ribelli vogliono invadere il mercato con dollari di pietre grezze, una società come la Van de Kaap, la quale afferma che sono rare, non può permettere che questo accada. Specialmente quando chiede ad un povero scemo di sborsare tre mesi di paga per comprare un anello di fidanzamento. Tecnicamente parlando loro non finanziano la guerra, ma creano le condizioni per cui è meglio che la guerra continui. Mi sono spiegato?
Maddy: Si, e dov’è la mia prova?
Archer: Nomi, date, numeri di conto. Se pubblichi una parola di questa storia prima che consegni la pietra, io sono morto. Dopo che gliel’ho consegnata lascio il continente per sempre.
Maddy: E se non riesci a portare fuori il diamante?
Archer: Allora scrivi quello che ti pare, a quel punto sarò morto.

Dialogo con Benjamin Kapanay (Basil Wallace), maestro della scuola che accoglie gli ex ragazzi soldato.

Benjamin: Io conosco tutti i ribelli da quando erano bambini, il comandante locale ha ancora paura che io lo mandi in castigo dietro la lavagna.
Archer: E lei crede che, viste le vostre buone intenzioni, vi risparmieranno?
Benjamin: Il mio cuore mi dice che le persone, in fondo, sono buone. La mia esperienza suggerisce il contrario. Mi dica come la vede lei, Mr. Archer? Nella sua carriera di “giornalista” ha trovato che le persone sono in fondo buone?
Archer: No, Direi che sono solo persone.
Benjamin: Esatto. E’ quello che fanno che le rende buone o cattive. Un momento di amore, anche in un uomo malvagio, riesce a dare significato ad una vita: Nessuno conosce il cammino che conduce a Dio.

Dialogo tra Danny Archer e Maddy Bowen.
Maddy: Hai perso tutti e due i genitori?
Archer: E’ un modo carino di dirlo. Mamma fu stuprata e uccisa. Papà fu decapitato e attaccato a un gancio nel fienile. Avevo nove anni. Piangevo… A volte mi chiedo se Dio ci perdonerà mai per quello che ci siamo fatti. Poi mi guardo intorno e mi rendo conto che Dio ha abbandonato questo posto tanto tempo fa.

Monologo di Solomon Vandy (Djimon Hounsou)
Io capisco che i bianchi vogliono i nostri diamanti. Ma come fa il mio popolo a fare questo a se stesso?  Mio figlio è bravo. Quando diventerà grande e la pace arriverà, questo paese sarà un paradiso.

Dialogo memorabile tra Solomon e Danny Archer: due mondi e mentalità a confronto….
Solomon: Tu quanti anni hai?
Danny: Io? Trentuno.
Solomon: E non hai una moglie?
Danny: No.
Solomon: Niente figli?
Danny: No.
Solomon: E niente casa?
Danny: No.
Solomon: Però hai i soldi... Sì?
Danny: Sì, un po'.
Solomon: Ma non abbastanza.
Danny: No.
Solomon: Se prendi questo diamante avrai abbastanza soldi... Sì?
Danny: Sì!
Solomon: E allora avrai una moglie e dei figli.
Danny: Probabilmente no. No.
[Solomon ride]
Danny: Che c'è? Eh? Che c'è?
Solomon: Io non capisco.
Danny: Sì. Allora siamo in due, fratello.

Solomon dinanzi a suo figlio
So che ti hanno fatto fare cose cattive, ma tu non sei un ragazzo cattivo… Io sono tuo padre e ti voglio bene e tu ora verrai a casa con me e sarai mio figlio.

Una delle scene finali, quando Danny ferito gravemente chiama Maddy al cellulare
Maddy: Pronto? Maddy Bowen.
Danny: Ciao. Credevi che non ti chiamassi, eh?
Maddy: Sono così felice che tu l'abbia fatto. Ehm... e quando ci vediamo?
Danny: ...Maddy, vorrei che tu mi facessi un altro favore, eh?...Dovresti andare incontro a Solomon. A Conakry.
Maddy: In Guinea? Perché vuoi che vada in Guinea?
Danny: ...Abbiamo trovato suo figlio... devi dargli una mano. Hai capito? Maddy...
Maddy: Sei ferito. Sei ferito?
Danny: Sì, be', ho qualche problema.
Maddy: Ok. Tu... tu dimmi dove ti trovi. Archer?
Danny: ...Ho un panorama incredibile davanti agli occhi... vorrei che fossi qui, Maddy.
Maddy: Ok. Allora vengo subito da te. Devi solo dirmi dove ti trovi.
Danny: ...Non è il caso.
Maddy: Sei ancora a Kono? Perché se è così ti mando subito qualcuno.
Danny: Maddy, devi trovare un posto sicuro per quel ragazzo, d'accordo? Cerca di tenerlo nascosto. Fai in modo che Solomon arrivi a Londra. Lui porta qualcosa con sé, ma, ma gli servirà il tuo aiuto.
Maddy: Ma perché non l'hai portato tu?
Danny: Hai visto? Hai una vera storia adesso... sai che articolo scriverai... È stato bello conoscerti. Lo sai, vero?
Maddy: Sì, io... è stato molto bello anche per me. E vorrei tanto poter essere lì con te.

Danny [Ultime parole]: Sì, lo so... ma io sono esattamente dove è giusto che mi trovi. [Danny aggancia il telefono, e muore poco dopo mentre il sole tramonta]

domenica 30 marzo 2014

Blood Diamond

Dopo l'incontro con Emergency, la riflessione sul tema delle guerre nel mondo è continuata con la visione, in alcune classi, del film Blood Diamond.
Un film, con scene forti, che invita a riflettere sull'orrore delle guerre e, nel caso della Sierra Leone, sulla realtà, purtroppo drammatica, dei bambini soldato.

Il regista di questo film è Edward Zwick, e come nei suoi precedenti lavori di regia (“L‘ultimo samurai”, “Attacco al potere” ecc.) coniuga, con sempre più impressionante maestria la narrazione, l’azione, ed una caratteriale forza emotiva dei personaggi, che danno alla narrazione del film un corpo solido e coeso, accattivante, dalla prima all’ultima scena. 
L’ambientazione è nella Sierra Leone, teatro di una guerra civile che ha avuto inizio negli anni ’90. 
In questa terra d’Africa la vita umana ha un valore legato alla ricerca di quei sassolini luccicanti e preziosi che sono i diamanti. Solomon Vandy (Djimon Hounsou), ha la vita sconvolta dalla guerra civile. 
Viene sottratto alla sua famiglia, fatto prigioniero dai ribelli, e reso manovalanza nelle miniere per l’estrazione dei diamanti. 
Solomon, setacciando il terreno fangoso, pesca un grosso dia- mante rosa, d’inestimabile valore. 
Riesce a nasconderlo, in un momento fortunato, durante lo svolgimento infernale di una battaglia civile. Danny Archer (Leonardo Di Caprio), ex mercenario dello Zimbabwe, è un mercante di diamanti, che naviga in un giro di corruzione e violenza senza scrupoli. 
Le vite di questi due personaggi ad un certo punto della storia confluiscono, accomunando i loro destini, e la pietra preziosa è l’oggetto di questo sodalizio. 
Danny Archer vuole mettere le mani su quella pietra, che gli permetterà, piazzandola ai trafficanti, di uscire da quel giro micidiale di morte e di corruzione. E Salomon, che sa dove l’ha nascosta, in un certo senso accetta il patto di dare in cambio la pietra pur di ricompattare la sua famiglia, ormai dispersa. 
I due personaggi affrontano situazioni infernali, uniti, nella lotta, in compagnia di una tenace giornalista americana, Maddy Bowen (Jennifer Connelly), che si trova in Sierra Leone per scoprire gli interessi economici e politici che si nascondono dietro la ricerca dei “diamanti insanguinati”. 
Un giro losco e crudele a livello internazionale, che vede accomunati i leader dell’industria dei diamanti, senza alcun principio morale. 
La giornalista Maddy ha capito che Danny Archer può essere fonte di verità per le sue ricerche, al fine di scoprire il grosso giro sotterraneo del commercio delle pietre preziose. E così offre il suo aiuto ai due avventurieri, per attraversare il territorio dei ribelli. 
Durante il viaggio, Salomon apprende che il figlio è nelle mani dei ribelli, e fa parte dell’esercito dei baby-soldati. 
Il pescatore di Mende, da quel momento ha un solo scopo: recuperare suo figlio, a tutti i costi, ed il diamante sarà l’oggetto dello scambio. 
“Blood Diamond” è un film straordinario nelle sue materie d’espressione, come le splendide immagini fotografiche che ritraggono quei luoghi dell’Africa devastati da una guerra d’interesse internazionale. La narrazione è fluida ed avvincente, così la recitazione. 
Sempre più valido come attore-professionista Leonardo di Caprio, disinvolto nella cinicità ed arroganza che caratterizza il suo personaggio. 
Grande merito alla scenografia. Le riprese dall’alto delle bidonville della popolazione della Sierra Leone sono mozzafiato. 
Le scene di guerriglia non sono mai banali, a tratti riportano alla memoria l’ambientazione scenica del film di Coppola: “Apocalypse Now”. Ed è proprio questa l’idea che alla fine Edward Zwick riesce a trasmettere: una storia apocalittica, sulla miseria umana che usa due pesi e due misure nei riguardi di quelle popolazioni, come quella Africana, afflitta da guerre fratricide, senza sapere neanche la ragione di fondo che alimenta i conflitti all’interno del paese. 
I diamanti rappresentano il valore che garantisce denaro, tanto denaro. Ma il prezzo di queste pietre è molto più alto del loro valore di business commerciale, sono pietre sporche di sangue. “Blood Diamond” è alla fine un film che attraverso il viaggio disperato dei protagonisti, l’avventura, la dinamicità dell’azione scenica, parla di politica, senza retorica, spiattellando sullo schermo situazioni e condizioni di vita reale, lasciando sul volto dello spettatore soddisfazione per il film visto, ma anche un messaggio forte, che sicuramente lavorerà nella sua mente. 
(recensione  di Rosalinda Gaudiano da http://www.cinema4stelle.it/)



sabato 31 agosto 2013

Violenza sulle donne: parliamone...



3054242986_02661f2651.jpgPer affrontare questo argomento parto da un episodio raccontato in un libro “Non mi piace il fatto che sei bella” di Loredana Frescura “ che mi ha molto colpito ed emozionato.
Il contesto del racconto:
Festa di chiusura d’anno della prima liceo.
Ci sono centinaia di ragazzi. Il ritrovo è per le 18 nella palestra della scuola.
Dopo qualche ora Rosa, la protagonista del libro si annoia e decide di tornare a casa. Appena fuori alcuni un po’ più grandi di lei le si fanno intorno…“Mi avvio verso la porta evitando di toccare le braccia sudate degli altri che bevono, fumano e ridono cercando di scambiarsi qualche battuta sopra il suono assordante della musica.
Fuori l’aria è fresca e il sole appena tramontato regala ancora qualche bagliore un po’ ammaccato.
Sento il mio nome; è come se fosse il richiamo di un incubo dal quale ci si vuole liberare.
“Ehi, Rosa, mica te ne starai andando, vero?”:
Sembra quasi la prima frase di un film, quella voce così roca e impastata, ho la sensazione che gli alcolici non fossero poi così vietati.
Me li trovo davanti mezzi seri e mezzi sorridenti, come volpi in perlustrazione vicino a un pollaio.
Provo a muovermi e quelli fanno un passo. Me li trovo intorno che mi fissano.
Ho paura, anche se non so bene da dove arrivi, se dallo stomaco che sta per rivoltarsi o dalla testa che cerca di imbrogliarmi rassicurandomi che tutto va bene, basta gridare.
Il dramma è che non ho voce.
La città sembra scomparsa, assorbita da qualche nuvola di passaggio; non c’è nessuno in giro, anche le macchine passano rade e veloci.
Uno dei tre allunga un braccio fino a sfiorare il mio giubbotto e sussurra:
“Belle gambe”. Gli altri due ridacchiano e si avvicinano: mi manca l’aria, forse sto per svenire, non sono mai svenuta in vita mia, anche se ci sono stata vicina la prima volta che
mi hanno fatto un prelievo e l’infermiera così gentile non trovava la vena, tirava fuori l’ago e lo rinfilava, poi borbottando lo tirava fuori di nuovo e sudava, sudava.
Forse a svenire si trova la pace, forse si fugge lontano e si vedono le immagini di quando eri nella pancia della mamma: Acqua tiepida e sicura, battito del cuore come musica Jazz, rotoli di adipe dove rimbalzare.
Adesso urlo. Viene fuori un fiotto di una sola vocale, che stride ma non fa rumore. I tre ridono di gusto.
“Non ti spaventare bambina. Ci divertiamo. La vita è così breve”.
Lo capisco che la mia paura li eccita, ma non posso non provarla: quante volte ho letto di queste situazioni? E le trovavo paradossali, vere, certo, ma forse un pochino esagerate. Invece no: sono tenaglie
infuocate che ti si chiudono sullo stomaco e ti senti senza mani e senza piedi, senza niente per lottare.
“Ehi, voi. Che cosa state facendo?”.
La voce, diversa, arriva da dietro. Nessuno si muove, uno dei tre apre la bocca: “Gabriele, vieni, c’è un pesciolino nella rete”.
Sento i passi che si avvicinano e prego che sia un poliziotto, un padre che è venuto ad aspettare la figlia o che è venuto a ricordarle l’orario per il rientro a casa, o magari Superman che elimina le scorie di criptonite.
Ho anche bisogno di fare la pipì, la vescica mi scoppia e sento crampi dolorosi alla pancia.
Ora vedo il nuovo arrivato e fermo le lacrime abbassando le palpebre: è uno del gruppo, è uno di loro.
”Ehi, idioti, lasciatela stare, che cavolo vi è preso?”.
Respiro di nuovo e tento lo sguardo nel suo. Non mi sta osservando: sembra pieno di collera. E’ ripulito dalla testa ai piedi, è perfetto, quasi la copia di un attore inglese, ma gli occhi sono fermi e lucidi;
forse lui non ha bevuto. Oh Dio, ti prego, fa che possa tornare a casa, subito.
Si fa largo nel cerchio e mi raggiunge.
“Ma dico, siete impazziti? Lasciatela stare. E tu ragazzina, vai a casa”.
Io, ragazzina, vado a casa, se solo le gambe si muovessero, se solo il respiro tornasse normale io volerei a casa, io mi fionderei a casa, e resterei lì mille anni, ti prego, spostami le gambe:
ti prego, Uomo Ragno, prestami tre o quattro zampe delle tue.
Sembrano riprendersi, sembra che un lume di ragione sia tornato.
“E dai, era solo uno scherzo, vero, piccolina?”.
Il cerchio si apre, ma io non mi muovo.
“Non vi sarete per caso calati? Ci mancava solo questa…”.
“Ma dai, Gabriele. Forse non ti piacciono più le ragazze?”.
Mentre, gli altri ridono, si sente un tonfo, mica tanto forte, uno splat dei fumetti, e quello con la bocca ancora aperta me lo trovo davanti, lungo disteso.
Finalmente mi scappa l’urlo, quello che era rimasto nella trachea a sostare pericolosamente. E’ un urlo bellissimo con tanta voce e tanta paura che si trasforma in rabbia.
Le gambe si muovono, prima i piedi accettano di fare qualche passo, poi volano via. Verso casa.”
(L. Frescura)
Un brano stupendo che mi ha commosso, con un abile penna, l'autrice, sa fermare i pensieri e le emozioni di Rosa ed esprime il suo stato d’animo, la paura dinanzi a una possibile violenza…
Casi di questo tipo purtroppo sono all’ordine del giorno.
Giovani che, magari si lasciano andare all’alcool, dopo di che in gruppo consumano stupri.
Alessandra Kustemann ginecologa, fondatrice nel 1996 del Soccorso Violenza Sessuale (SvS) della Mangiagalli di Milano parla in una intervista (Corriere della sera 20.08.2010),
dell’aumento degli stupri legati all’abuso di alcool(triplicati) negli ultimi dieci anni.
Ecco alcuni titoli di giornale, dove i casi si susseguono uno dopo l'altro:
«Fatta ubriacare e violentata» (Milano, 5 agosto);
«C'è un impasto di alcol e di lingue, nella violenza sessuale avvenuta a pochi passi da via Camerelle, nel cuore ultra-chic di Capri» (9 agosto);
«Avevamo bevuto un po' tutti, eravamo su di giri» (presunto stupro nei bagni della discoteca Maison a Castel Sant'Angelo, 11 agosto).
Un fenomeno - quello di una bevuta di troppo cui segue la maledetta aggressione - che i dati dell'Svs della Mangiagalli fotografano con forza: degli stupri avvenuti dal 1° gennaio al 17 agosto
di quest'anno, uno su quattro sconta l'effetto ubriacatura (25%).
L'età media delle vittime è tra i 15 e i 20 anni.
Questo rapporto del SvS ci fa comprendere come il fenomeno sia in netta crescita nei giovani.
«E il rischio di perdere la lucidità è sottovalutato», insiste la ginecologa, tra le prime in Italia a creare un centro con supporto medico, psicologico e sociale a favore di donne e bambini che hanno
subito violenza sessuale e domestica.
Nei primi otto mesi e mezzo del 2010 le violenze sessuali con vittime al di sopra dei 14 anni sono state 183. Per 42 le cartelle cliniche della Mangiagalli segnalano l'abuso di alcol tra le giovanissime
(nel 5% dei casi anche l'uso di droghe occasionali come la cannabis o la cocaina).
«Quando sono tra amici le ragazze spesso si sentono protette - ribadisce Kustermann -. Fidarsi troppo, però, può diventare pericoloso. È sempre meglio, per esempio, farsi accompagnare a casa in auto da più di un amico».
Non è un allarme eccessivo perché purtroppo l'alcol è socialmente accettato e non se ne vedono i pericoli.
L’alcol fa saltare i freni inibitori e scattano queste dinamiche di violenza.
Sempre la Kustermann in questa intervista sottolinea:
«Alla base di tutto c'è una questione (irrisolta) di educazione. Quella che deve portare i maschi, sempre e comunque, a rispettare le donne».
Quindi anche se c'è di mezzo un bicchiere di troppo, a mio avviso, il rispetto, l’autocontrollo sono elementi fondamentali per il vivere civile…
Un cammino ancora faticoso di educazione…
Però deve essere chiara, secondo me, da parte di tutta la società, la condanna di questi atteggiamenti attraverso anche la proposizione di regole più decise e una continua prevenzione.

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